domenica 27 dicembre 2015

Eppure si torna sempre lì....



Mi faccio troppe domande lo so, ma non riesco a non farmele. Ci rimetto io sempre, eppure torno a sbagliare, non riesco a fare come incoraggiava il Poeta nel suo Poema: "..non ti curar di loro..."

Mi chiedo il perché di certe nostre maniere di fare e dire, modi di porci e comportarci, pur essendo persone per bene, animate a sani principi e motivi, eppure avverto un senso di "ego" che emerge, o meglio RI-emerge e si fa vivo.
Frustrazioni personali, esperienze infantili che non abbiamo metabolizzato, traumi infantili mai elaborati? Forse un po' di tutto, forse non questo ma altro, ma io non sono uno psicologo, bensì un semplicde uomo che  traversa questa esistenza e non riesce a non farsi domande a voltarsi dall'altra parte.
Anche perché alle volte questi modi di fare colpiscono anche me, come quando avverti una puzza mefitica e vorresti allontanarti, ovvero quando qualcosa di brutto colpisce lo sguardo e vorresti non stare lì davanti.

Così anche cose pulite e belle, cose semplici e direi essenziali, alle volte risentono di questi miasmi, probabilmente senza volere, di certo (spero!) senza malizia, eppure si avverte l'odore, quel qualcosa che non torna.

Credo che l'ego di noi bipedi sia qualcosa di imponderabile, alla faccia di teorie e discorsi lunghi e complessi, ma all'atto pratico credo sia qualcosa con cui ognuno di noi deve fare i conti e a cui spesso ci si sottomette, ci si adatta: l'ego che ci spinge a voler primeggiare, emergere, essere i primi, i meglio, o mal che vada TRA I MIGLIORI!

Ma non basterebbe essere se stessi, valorizzare se stessi e quel che si è e si fa e condividerlo, metterlo come bene comune, offrirlo sul piatto della esperienza e della conoscenza comune e basta?
No, evidentemente c'è dell'altro, abbiamo bisogno di altro,pur senza cattiveria, ma come quando si ha sete si cerca l'acqua a tutti i costi, questo bisogno ci porta a voler per forza metterci su una sorta di piedistallo, pur se attorno abbiamo solo amici, pari a noi: "unum inter pares" .

Allora la scelta sta nell'accettare la "competizione" e adottare anche noi un qualche nostro metodo di competizione personale e scendere nell'arenza del confronto, scendere appunto, abbassarsi, degradarci finanche, pur di alzarci sopra agli altri; oppure fare una scelta oppposta, lasciare il campo, lasciare la vittoria, la scena, il palcoscenico e le luci della rtibalta.
Lasciare campo libero.


Non affatto facile, perché il nostro ego si fa sentire e ci sussurra nel silenzio, ci sobilla, ci aizza.
Ma la saggezza si acquisisce con l'esercizio, Siddharta l'ha cercata per anni, Gesù anche, Confucio altrettanto, gandhi pure, ecc. ecc.

E allora proseguiamo, esercitiamoci, torniamo alle nostre piccole e silenziose lavorazioni artigianali ed alla nostra personale crescita, cercando di limare gradualmente quell'ego che ci inquina, quella necessità di visibilità che sentiamo anche noi e che ci avvelena. 
Ma Mitridate aveva trovato il modo, un po' di veleno ogni giorno, una minima dose quotidiana. 
Forse la chiave sta là, una piccola dose di ego, ricacciata indietro e rimessa a posto.
Forse nel tempo ce la faremo o comunque faremo qualche passo e ci sentiremo liberi e SAREMO liberi, o perlomeno, PIU' LIBERI!

Speriamo!









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